SALVATORE SALAMONE


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Franco Spena

critics


LA PAROLA TRASPARENTE

Nelle vetrate, per le vie della leggerezza e della trasparenza, la luce filtra tra i vetri e disegna come fuoco allo sguardo, segni che si fanno dimensione e materia. Segni che coinvolgono il complesso gioco delle sensazioni e che divengono messaggio di mistero che coglie, abbraccia e illumina il pensiero che coniuga le sue forme con un oltre con cui si accorda.
A maggior ragione se, attraverso i vetri, sono le parole ad essere illuminate, a prendere forma e visibilità, a farsi senso e discorso, ad acquistare dimensione e peso, prendere corpo e farsi realtà, dialogare con la realtà, e spingersi al di là di essa per riflettere l’origine che le genera.
Attraverso i vetri si fa presenza il passaggio della luce che illumina ed esalta le cromie che mutano col passare delle ore; vetri che si accendono al chiarore del mattino e si imbrunano quando il vespro annuncia la sera; si fanno squillanti quando il sole è alto, sanno di silenzio nei meriggi che si fanno assorti.
Questo accompagnare il giorno dona senso alle vicende dell’uomo che nella “lettura” proclama la presenza del divino che “si fa voce di sottile silenzio” come dice il Profeta Elia (1 RE 19, 11-12).
Salvatore Salamone, avvezzo alla scrittura, quella che, uscendo dalla linearità della pagina scritta, si fa forma, dimensione, colore, ritmo, ma anche materia che si lascia plasmare e incidere, scrittura che diviene immagine per abbracciare le magiche dimensioni della visualità, ne attraversa e interpreta le valenze iconiche per rendere visibili le “parole” delle Scritture.
Mette la parola al centro della rappresentazione e il significante supera la linearità del segno scritto, traccia che contiene e veicola il senso, per offrire un’immagine di se stesso che si fa simbolo, segno che respira di un altro da sé che lo illumina, che coinvolge e affascina come il contenuto che si porta dietro.
E’ lo stesso contenuto allora che si fa forma, Parola visibile e immagine del Sacro.
Il Sacro che rompe le ombre, penetra nel buio e disegna altari di apparizione sui quali si invera il Verbo che è Parola infinita e perenne.
Verbo che ci libera dalle tenebre e disegna, in un’abbaglio che avvolge, l’ineffabile, candido e impalpabile volto di Dio.
Salamone agisce, nelle vetrate della nuova Chiesa di San Michele di Caltanissetta, distribuendo frasi e parole, con un’attenta analisi dei testi biblici, per esprimere l’incanto della liturgia della Parola che dispone e compone con l’accuratezza e la sistematica sequenzialità di un rito. Ogni elemento compositivo segue i dettami di una serie di accordi di relazione tra colore e forma, ma anche tra il pensiero e il suo visibile, per esprimere il contenuto, il lievito della Parola senza tradire la sua identità.
E lo fa articolando piani e le superfici, che sfuma e sfaccetta, creando frammenti di cromie leggere che, nel loro susseguirsi e disporsi tra i piani, determinano passaggi tonali che si diradano e si addensano, costituendo a volte un plafond su cui levita l’espressione. Elaborando anche, con la citazione, quasi un rincorrersi, un intrecciarsi di emozioni, ma anche di elementi che concorrono a dare forma alle geometrie che divengono superfici rarefatte e valori leggeri di trasparenze.
Coerentemente con la ricerca che conduce nel campo della scrittura visuale, Salvatore Salamone agisce sull’immagine delle parole, sullo strutturarsi formale delle frasi, andando oltre la linearità, creando livelli compositivi, entro i quali il segno/parola assume valori plastici e iconici, assumendo anche determinanti caratteri pittorici.
Facendo proprio anche l’impasto cromatico e armonico della scrittura ebraica, distribuisce frasi tratte dai testi biblici, che divengono luminose luci di sapienza, che si rivolgono allo sguardo, per andare oltre i meccanismi della visione e raggiungere quei luoghi del cuore dove divengono semi di spiritualità.
In questo modo, per le vie della leggerezza, la parola, perdendo la gravità originaria di segno che si rende visibile sulla pagina, si fa “diafanica”, come dice Thailard de Chardin, “trasparente, alla rivelazione divina”.
Tra Gioacchino da Fiore e Tommaso Marinetti, Salvatore Salamone realizza così su vetro quasi carmina figurata in libertà, forme di una poesia ritrovata, sciolte dalle simbologie medievali ma accompagnate da un rigore che non le fa divenire parolibere. Nel senso che riesce a cogliere l’avventura del segno che si dispone nello spazio, calibrando suoni e silenzi - come nella pagina di “Un coup de dès “ di un improbabile Mallarmé coinvolto da un pacato senso della pittura - curandone attentamente il controllo formale, spinto da una grande attenzione al sacro e un forte sentimento del limite.
Raggiunge così una sciolta correttezza di impianto, per la quale equilibri e ritmi dispongono il testo-immagine con l’utilizzo di una parola figurata che assume un grande impatto visivo e porta con sé la seduzione della forma e del colore anche.
La luce così attraversa e costruisce un’architettura leggera, che va oltre le geometrie, modella lo spazio e gli dà il nome, filtra tra le cromie e le grafie delle scritture di vetro, e disegna per lo sguardo e per il cuore parole indicibili.
Poiché la luce è parola d’eterno.

Caltanissetta, 2008.



LA LENTEZZA


Salvatore Salamone nasce come pittore sul finire degli anni sessanta quando ancora si dibatteva tra astrazione e figurazione mentre
in Italia si andavano consolidando quei fermenti e quelle grandi spinte che avrebbero segnato quegli anni come gli anni delle neo avanguardie.
Noi siamo stati sempre affascinati dalla sperimentazione, da cio' che comunque andasse oltre il dato visivo rappresentativo; per questo il nostro lavoro di artisti, anche se manteneva una matrice figurativa, all'interno della verosimiglianza operava sempre delle trasgressioni, vuoi nel senso della sintesi, vuoi nel senso dell'esaltazione, dell'esasperazione del colore o della materia.
Erano periodi in cui il cinema e la letteratura, da una parte, avevano calcato la scena col neorealismo e, d'altro canto, superati immediatamente gli anni post-bellici, anche dalle nostre parti si sentiva il bisogno di ricostruire e rifondare il sistema dell'uomo quanto quello legato alla risoluzione dei problemi contingenti.
Specie per una generazione di mezzo, come la nostra, non certo figlia del benessere, ma che in famiglia respirava ancora gli echi della guerra.
Il bisogno comunque di spiegarci e coniugare nel frattempo le ragioni del nostro esistere, ci ha fatto percorrere il sessantotto desiderosi di
cambiamento e, nel fare arte, le nostre opere acquistavano spesso matrici simboliche. Da una parte per interpretare i segni di un riscatto territoriale, dall'altra per cogliere gli input dei movimenti studenteschi e politici che in quegli anni hanno finito con l'influire parecchio sulla nostra formazione.
Fare arte e fare poesia si rivelava per noi, in quel periodo, come manifestazione di un grande desiderio di attaccamento a una terra che aveva un grande bisogno di essere amata per essere riscattata.
In questa direzione ha influito molto nella nostra formazione la figura di un intellettuale anomalo e appassionato quale Marco Bonavia che, con la rivista “Nuovo Sud”, ci ha permesso di realizzare notevoli esperienze a contatto delle presenze più significative della cultura, della letteratura, della poesia e dell'arte isolana, come Giacomo Baragli, Andreina Bertelli, Pippo Bonanno, Gino Cannici, Oscar Carnicelli, Antonino Cremona, Giovanni De Simone, Santo Marino, Carmelo Pirrera, Italo Zoda e tanti altri.
E’ del ’71, la prima mostra personale alla Galleria “Il Re d’Aremi” di Caltanissetta, con un testo dei poeti Nino Di Maria e Carmelo Pirrera. I due scrittori hanno seguito i nostri passi fin dall’inizio offrendoci importanti occasioni di riflessione sulla realtà sociale, sulla cultura e sull’arte. Di Maria frequentava spesso la galleria “Il Re d’Aremi” insieme con il poeta Salvatore Dantona, compagno d’armi dello scultore Pericle Fazzini con il quale aveva vissuto l’esperienza drammatica dell’internamento in un lager nazista.
Desiderio di attaccamento alla terra, ma anche di apertura verso esperienze più ampie e interdisciplinari sono matrici che segneranno il fare arte non solo di Salamone, mentre rappresenteranno il motivo conduttore esaltante e valorizzante della sua ricerca fin dal suo soggiorno palermitano, durante gli studi di architettura. E' in questo periodo che viene a contatto con l'Antigruppo palermitano che seguì passo passo fino a quando divenne Intergruppo, (al gruppo, inizialmente, formato da Ignazio Apolloni, Crescenzio Cane, Nat Scammacca, Pietro Terminelli, aderirono successivamente Santo Cali', Rolando Certa, Nicolo' D’Alessandro, Gianni Diecidue, Franco Di Marco, Nicola Di Maio, Carmelo Pirrera, Roberto Zito e numerosi altri poeti e artisti).
La frequentazione di scrittori, poeti, musicisti, teatranti, rappresenta un punto nodale della sua formazione che si apre a un vasto raggio di interessi e di sollecitazioni che ne fanno un artista intellettuale calato sempre nella riflessione sulla realta' del suo tempo. E’ proprio in quegli anni che realizza un murale nella casa palermitana e successivamente nella casa al mare di Marausa del poeta Nat Scammacca e di sua moglie Nina, per il quale illustra, in anni più recenti, anche uno dei volumi della raccolta “Ericepeo” assieme al grafico Nicolo' D’Alessandro.
Particolarmente significativi, nell’ambito della sua ricerca, sono i murali realizzati, sempre a Palermo, nella casa di Ignazio Apolloni e Vira Fabra: un grande dipinto parietale che si snoda per tutta la camera da letto che sintetizza uno dei motivi fondamentali del ciclo “I fossili del novecento”, un paio di jeans dai toni forti e plastici stesi su una marina pietrosa e intensa nelle cromie che, nel loro squillare, mette in evidenza il colore, quasi chiave di lettura di un ambiente solare e incontaminato.
E’ il periodo durante il quale collabora anche con diversi disegni al giornale “L’ora”, illustrando e realizzando contemporaneamente copertine di libri e riviste, da Antigruppo ad Intergruppo, ad Intergruppo Singlossie e, attualmente, ad Ecriture et Singlossie.
E’ significativo l’invito a partecipare, nel 1976, alla mostra di arte sacra organizzata dall’Arcivescovado di Palermo, con una grande tela attualmente conservata al Museo Diocesano di Palazzo Arcivescovile.
Diviene anche in quegli anni, molto importante per la nostra formazione, il critico ed etno-antropologo Francesco Carbone, figura di intellettuale e studioso di apertura e generosità straordinarie, alla cui preparazione, che non ha confronti in Sicilia, abbiamo attinto, ha contribuito alla nostra crescita culturale fino alla sua recente scomparsa.
Nel frattempo la rivista “Il Foglio d'Arte”, alla quale abbiamo lavorato per circa sette anni, insieme ad artisti e poeti come: Marco Bruno, Gino Ciulla, Michele Lambo, Antonio Messina, Michele Pilato, Santo Rizzo, Andrea Vizzini, ed altri, rappresento' un'importante piattaforma di riflessione e di esercizio che ci mise a contatto dapprima con la realta' culturale palermitana attraverso la grande disponibilita' e collaborazione della scrittrice Esther Bartoccelli e successivamente con talune espressioni d'avanguardia, specie con quelle della scrittura visuale in campo nazionale per la quale, in Sicilia, Caltanissetta era divenuta un punto di riferimento.
Nell’ottanta abbiamo dato vita insieme a vecchi e nuovi amici alla rivista “Cartagini” che ebbe vita difficile e nell’ottantaquattro, noi due insieme a Michele Lambo e Angelo Buscema, fondammo in pieno centro a Caltanissetta l’associazione “Marcel Duchamp”.
Ecco allora che si vengono chiarendo le due anime di fondo di Salvatore Salamone e che, probabilmente, sono anche le mie: l'adesione ad un forte sentimento di sicilianita' da una parte, e l'esercizio di uno sguardo orientato verso l'avanguardia e il concettuale dall'altra.
Sanno di Sicilia, infatti, i quadri che appartengono al ciclo di esaltazione della terra di Sicilia e, in particolare, spesso ispirati al nostro territorio. Come le opere esposte nel 1972 alla galleria palermitana “Il Trittico” con una presentazione in catalogo di Michele Pilato. Queste opere nascono parallelamente alle composizioni politiche e ideologizzate, come quelle appartenenti al ciclo degli scioperi, dell'uomo pacco e di "Vi prego, calpestate la stampa" e si connotano subito per la loro grande adesione alla pittura. Pittura intesa come amore forte per la suggestione e la forza del colore usato sempre con grande abilità.
La sua pittura nasce come gesto che accenna e delinea, attraversata apparentemente dal disegno per via dei passaggi da una stesura all’altra ottenuti per grandi gesti e soluzioni di pennellate, che suggeriscono sempre sensazioni di morbidezza anche quando la soluzione dei piani procede per grandi contrasti di colore come gli azzurri ampi e incantati dei cieli, i gialli accesi e i campi di grano o il verde degli alberi che ritmano la composizione.
Il risultato e' una pittura solare che procede per grandi suggestioni ariose e dai caldi toni mediterranei.
In questo senso poteva benissimo essere colto dal pericolo della maniera, dalla sicilianita' ad ogni costo, ma la misuratissima capacita' di sintesi che caratterizza il suo lavoro gli ha permesso di realizzare i suoi segni, creando un proprio codice linguistico che ha dichiarato subito la distanza dai retorici sicilianismi che ancora imperversano non solo in Sicilia, ma nel vecchiume artistico della nostra provincia. Soprattutto perche' e' riuscito ad ottenere una linearita' e una semplicita' di espressione che lo fanno dipingere senza retorica anche quando certe sue opere vogliono dire più del linguaggio del colore e vogliono esprimersi sul piano della metafora. Come nelle opere nelle quali introduce elementi artificiali nel paesaggio come i neon con la scritta “mare” o “cielo”, quasi a rivendicare un’identità di appartenenza della natura a se stessa, spesso dimenticata da eccessi di medialità. Ma soprattutto perche' attraverso la pennellata pulitissima e il nitore delle superfici innegabilmente traduce l’esperienza di pittura in esperienza di poesia.
Poesia che esalta la lentezza come i silenzi, le grandi assenze come la bellezza del vuoto. I neon hanno il senso della denuncia ma anche della contaminazione della natura attraverso i segni della scrittura. Pretesti questi per operare sbordamenti tra natura, segno-elementi-tecnologici e le problematiche di chi dipinge con una sensibilità ambientalista.
Cosi' i segni del paesaggio divengono segni poetici, metafore linguistiche che vanno al di la' del loro valore descrittivo trasformandosi in luoghi di una lunga e appassionata narrazione della nostra terra, non tanto per le vie della rappresentazione, quanto per le vie del cuore.
In questo modo Salamone diviene narratore di quella Sicilia che è ancora incontaminata, in un racconto nel quale la terra, il cielo, il mare, gli alberi, le cose, sono assunti come archetipi variamente collocati e ricomposti in grandi rappresentazioni che hanno la suggestione dell’origine.
Ma la Sicilia e' terra anche di grandi contraddizioni, come certi aspetti della sua pittura, di levita' e di grande impatto compositivo.
E’ terra nella quale la fascinazione del mito si coniuga a un grande senso del dolore, che alterna sentimenti di rassegnazione e di riscatto, e' luogo nel quale si e' avvolti dalla vita mentre si coglie un forte senso della morte e l’abbaglio della luminosa solarita' della terra e del mare non impedisce di cogliere i colori del dramma e della tragedia, dell’esaltazione e dell’abbandono, della liricita' e della necessita' dell’impegno. Opere di questo periodo illustrano la raccolta di poesie: “Il sole a tre punte” del poeta Placido D’Orto, con un testo critico di Gino Cannici.
Ed e' sul piano dell’impegno che collabora alla nascita delle riviste “Il Foglio d’Arte” e “Cartagini” che gli permettono di coniugare la ricerca artistica e letteraria con lo studio del sociale, permettendogli di acquisire una preparazione capace di leggere la realta' a vasto raggio, coniugando in maniera interdisciplinare un vasto spettro di interessi, sempre a contatto con altri artisti, poeti e scrittori con i quali ha colto sempre occasioni per praticare esperienze comuni.
Chiusa l’esperienza de “Il Foglio d’Arte”, realizza una grande installazione alla Galleria “Forme Exibition Center” di Caltanissetta, allestimento che porto' anche nella grande mostra curata da Francesco Carbone “Rapporto: Accademia-Citta'-Territorio” nelle sale di esposizione dell’Accademia di Belle Arti di Palermo alla quale partecipai anch’io con le nove lettere d’amore che segnano il passaggio dalla figurazione alla scrittura visuale, esperienza artistica che ci vide coinvolti, con Michele Lambo, in una serie di grandi mostre curate dal critico padovano Rossana Apicella, teorico della “Singlossia”.
La mostra della Singlossia fece tappa da Parigi, in diverse gallerie italiane, mentre noi curammo, con Francesco Carbone e Ignazio Apolloni, tutte le esposizioni in Sicilia.
La Singlossia stimolo' anche in Salamone il passaggio alla “Scrittura”, un esercizio che, percorrendo gli anni ottanta, lo ha condotto alla definizione della sua ricerca attuale caratterizzata da alcune motivazioni di fondo che si leggono nei tracciati della sua esperienza artistica.
Una motivazione e' di tipo antropologico, nel senso di volonta' di ripercorrere il cammino dell’uomo quando, cessato il suo nomadismo, diviene agricoltore ed organizza le sue prime forme di architettura. Costruisce i suoi manufatti che rappresentano il punto di incontro della mente e della mano e il suo procedere nel tempo. Costruisce cosi' quei segni che testimonieranno il suo procedere nello spazio organizzando le tracce della sua storia.
Da questo punto di vista si comprende il ricorso di Salamone all’uso dell’argilla, che diviene quasi una metafora del bisogno di lasciare segni di un uomo che scopre modelli di cultura che si evolvono sempre più. E anche in questo l’artista e' fedele alla storia e, come l’antico sumero o babilonese, lascia seccare al sole i suoi manufatti di argilla che hanno sfidato il tempo e sono giunti fino a noi.
E, nel percorrere a ritroso le antiche tracce dell’uomo, utilizza, stavolta in chiave estetica, il grano, l’avena e il farro che divengono, nelle tavolette che elabora, segni di una scrittura misteriosa attentamente organizzata e ripresa da antichi testi con una manualita' certosina.
In particolare e' interessato a comprendere, conoscere e ripetere quell’antico gesto dell’uomo che, incidendo l’argilla morbida, lascia in essa le tracce del suo pensiero. Soprattutto il farsi segno di una cultura che abbandona l’uso dell’oralita', per veicolare il pensiero e inventa segni e figure incisi che trattengono le tensioni del suo essere tra la realtà e la costruzione sella storia. Paradossalmente un uomo che ha un’esperienza dura e complessa della terra, affida proprio alla terra il suo pensiero scegliendo l’argilla che modella e manipola, che incide e secca al sole.
E tutto cio' ha un carattere quasi sacro e il suo realizzarsi procede attraverso il ripetersi di un rito che elabora rapporti di tempo e di spazio, ma soprattutto elabora la nascita di un nuovo rapporto logico tra la mente e la mano, tra l’invisibile e il visibile, fra la realta' e il mistero.
E’ il pensiero che si fa segno e che, via via, per processi di astrazione, si sgancia dalle immagini del mondo per esprimersi attraverso un sistema di simboli che non hanno niente a che fare con la realta'.
Affascinato da questa ricerca, Salvatore Salamone mentre da una parte attentamente si documenta, dall’altra rivolge il suo sguardo all’estetico.
Costruisce cioe' tavole di segni la cui suggestione finisce per essere volta soltanto allo sguardo e a una tattilita' che accarezza la fragilita' e l’effimero che sono nell’opera; nello stesso tempo incide con una pazienza inaspettata gramme di una memoria immaginaria che innesca un rapporto concettuale con il fruitore che si trova davanti ad oggetti estetici che richiamano la storia e, tuttavia, non sono reperti.
In questo lavoro Salvatore Salamone procede pazientemente alla ricostruzione di un testo che rimane avvolto nel mistero e, in questo suo segnare l’argilla, in un’epoca come la nostra, caratterizzata dall’elettronica e dalla velocita', usa la mano per recuperare, come ho gia' detto, la nozione della lentezza, e il piacere ritmico di incidere la materia che diviene contenitore di suggestioni, ma anche di un rapporto diverso con il tempo.
Cosi' le paginette di argilla seccate al sole sembrano elaborate attraverso un procedimento che, anziche' valorizzare la loro presenza, ne dichiara la distanza, quasi l’assenza. Quella lontananza dalla nostra cultura anche, che ne fa oggetti mitici, pensati e immaginati, riproposti attraverso tracciati che mentre si ripropongono si rinnovano. Attraverso, ancora, un rito che evoca, quindi avvicina quei segni che perpetuano il rapporto col mito e con la storia.
La materia perciò e' essenziale, povera, come i semi e l’argilla che provengono dalla natura e che alla natura possono tornare rifacendosi polvere e terra con la terra.
E allora sistemare le righe della pagina, una pagina che potrebbe continuare all’infinito, ha il senso della perennita', della continuita' di un segno/scrittura – gli alberi, i cieli, i mari, le parole delle precedenti esperienze – che segue le trasformazioni della materia per continuare a farsi segno di espressione, traccia di emozione, pensiero che si rivela, aria che si incarna, oggetto di sguardo, gesto che trasforma, quindi parola.

Caltanissetta, Gennaio 2000.



Salamone incide segni nell'argilla e, come lo scopritore della parola, si incanta nei confronti del loro formarsi, del loro farsi luce e ombra, del loro costruire il pensiero mettendo insieme parola dopo parola.
Affida alle forme scavate nell'argilla la magia evocativa del segno che va oltre se stesso, ma che nello stesso tempo documenta e traccia il passare dell'uomo nel tempo e nella storia.
Ripercorre cosi' la strada, all'alba della scrittura, per trasmettere la filosofia dell'uomo che vuole andare oltre il tempo e affida allo spazio l'effimero della voce che si incunea nell'argilla e si fa traccia che si tocca, si misura e si vede. E in questo, il suono si fa leggibile ogni giorno e perpetua nel sempre ogni atto che esprimiamo.
Nello stesso tempo trovano un punto di incontro la cultura della mente e della mano, la cultura del cuore e della terra che, nella scrittura rimangono la traccia visibile della storia.
Della storia dell'uomo che scopre l'agricoltura, che costruisce la citta' e dell'uomo che inventa visioni per esprimere il linguaggio del suo ricongiungimento con la realtà.
Infatti, nel corso della storia della sua evoluzione, l'uomo passa dal pittogramma alle gramme, alle astrazioni che si fanno pensiero puro e si sganciano dalle immagini del mondo.
La scrittura registra la storia di questa separazione e del suo allontanarsi dal referente visivo e, il suo farsi segno puro, restituisce alla mente le immagini del rapporto perduto. La parola si separa dall'immagine e diventa essa stessa, nella scrittura, immagine. Seguendo questo percorso, Salvatore Salamone ripercorre le strade della nascita della scrittura e, attenzionando materiali antropologici antichi, procede, nel costruire le sue texture, attraverso gesti meticolosi e certosini che sembrano seguire i dettami di un arcaico rito.
Un rito che, nell'interazione del gesto dello scavare e dell'incidere, recupera l'antica nozione della lentezza e recupera anche una manualita' che tesse di segni la superficie. Anche l'uso dei materiali e' coerente con la sua ricerca: materiali poveri, come l'argilla, riciclabili, che non contaminano, che mantengono gli umori della terra, non trasformati, non cotti, che possono tornare a farsi polvere per disperdersi nell'aria come la voce.
Le tavolette di argilla seccate al sole sintetizzano infatti la lentezza, la leggerezza e l'effimero tuttavia hanno superato le barriere del tempo e, senza scomporsi, sono giunte fino a noi.
Allo stesso modo va letto l'utilizzo di cereali antichissimi come il farro, l'orzo e l'avena. Al di la' del segno, rimane competitivamente una texture che ricerca forme e volumi che tuttavia vivono nella sfera dell'intimo. La materia, infatti, non consente la grande dimensione, per questo Salamone e' attento alla modularita' che compone piccole forme quasi pagine di un libro magico che e' impossibile decifrare, la cui alchimia segnica continua a mantenere il segreto del mistero che unisce l'uomo alle sue realta' permettendogli di perpetuarsi nel tempo. Quasi un formulario che e' un esercizio ossessivo di stile, ma anche un glossario di segni che dovrebbero evocare antiche esperienze, antiche visioni operando contaminazioni continue tra il livello antropologico e quindi della mano, e la sfera irraggiungibile del magico e del sacro.

Caltanissetta, 8 Novembre 1997.


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