SALVATORE SALAMONE


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Diego Gulizia

critics


SEMI LINGUISTICI

La ricerca di cibo è sempre stata per l’umanità una pratica pregna di valenze simboliche, in quanto a questo è stata legata la sopravvivenza di intere comunità, pertanto la simulazione della ricerca e del procacciamento del cibo hanno assunto, presso l’uomo primitivo, sempre forme rituali. Il cibo oltre ad avere una funzione di sostegno fisiologico, ha svolto anche quello di sostegno spirituale. Così come il pane e il vino della messa cristiana, anche altri alimenti, in religioni differenti, hanno acquisito identica importanza, in special modo i più antichi come i cereali, l’avena, il farro, l’orzo. Alcuni di questi, avendo perso la funzione nutritiva, per intervenute variazioni culturali, sono spariti, quasi, dall’esistenza. Ma più si e' attenuata la funzione reale, tanto più si è accresciuta quella spirituale a tal punto che nella ricerca di Salvatore Salamone il farro, l’avena e l’orzo, diventano simboli di vita primigenia, nutrimento dell’anima più che del corpo. Ed essi riempiono ciotole e tavolinetti votivi, diventano, incastrati nelle tavolette di terracruda, i segni elementari di un codice che suggerisce, nello strutturarsi secondo schemi spaziali propri dei codici verbali occidentali, legami sintattici veicolanti necessità semantiche.
La mano dell’artista plasma l’argilla cruda in tavolette e dispone, con la possessione d’animo del sacerdote sumero, segni rievocandi rapporti sacerdotali che sulla sommità della ziqqurat legavano l’uomo all’eterno.
Essa segna, nella consistenza terrosa e flaccida della materia, alla quale il tempo darà sicuramente consistenza, un messaggio che parla agli occhi, sicuro che esso prima o poi si riappropriera' del suono, anche dopo l’alternarsi di migliaia di soli.
Il rito antico, appartenuto ai re-sacerdoti, si compie adesso nell’animo di un artista, che va alla ricerca dell’espressione elementare e del suo significante strutturato, per cogliere il momento in cui il segno grafico ha tradotto un contenuto dello spirito appartenente al pensiero visivo, in segno avente valore semantico nell’ambito del nascente codice verbale.
L’arte di Salamone diventa, pertanto, ricerca antropologica, linguistica, spirituale e, ove quest’ultima si struttura in forma organica, religiosa.
Ma nel segno rituale e nella materia povera, nobilitata dall’azione dell’artista, ove affonda i semi di farro o semplici glifi, per accogliere il segno, accoglierlo e custodirlo, si compie il grande rito dell’occidente, quello della memoria, dell’orma della mente che, strutturandosi e piegandosi alle necessità comunicative dell’animo, ha generato tutta la nostra Cultura.



IL TRITTICO DI JEREMIA

La mano sapiente di chi ha nel gesto il miracolo della forma, segna nel corpo molle della terra tracce a cui il tempodarà consistenza e il messaggio trasmesso si riapproprierà del suono anche dopo mille generazioni. Questo rito antico, dei re-sacerdoti delle civiltà dei fiumi, aveva in cuore Salamone, quando, con la sensibilità artistica che lo sempre contraddistinto, pose mano alla materia povera per trasmettere messaggi ricchi e preziosi.La sua ricerca è simile, per molti versi, a quella delle avanguardie del primo novecento. Ma mentre per i grandi maestri l’impegno era mosso dalla necessità di azzerare il linguaggio artistico dell’occidente e riportare tutto all’essenziale, al grado zero dell’arte, al fine di ripartire dall’elemento principe dell’espressività grafica, dallo scarabocchio, come espressioneistintiva-emotiva astrutturata, per il Nostro l’indagine si sposta sul fronte delle espressioni elementari del significante strutturato, per individuare il punto in cui il grafema comincia a perdere significatività artistica per acquisire valore semantico nell’ambito del nascente codice scritto.Come un antropologo, pertanto, va alla ricerca dei primi passi mossi dalla nostra civiltà, nella fertile terra tra i fiumi, dove la materia povera,l’argilla, esistente in abbondanza, si trasformava in piani, in tavolette, cotte al sole del deserto, per accogliere il segno, accoglierlo e custodirlo. Con lo stesso stato d’animo e lo stesso amore Salamone si pone davanti al materiale povero affondando, come un sacerdote d’altri tempi, le proprie stecche per ricavarne segni. Tratta la stessa materia con la preziosità, la raffinatezza e la delicatezza di un materiale nobile, perché ad essa riconosce di avere conservato le orme della civiltà, ha mantenuto, impresse, le tracce della memoria. A lui non interessa l’impronta del piede o della mano sull’argilla, interessa invece l’orma della mente, la traccia lasciata dal segno che, strutturandosi e piegandosi ai desideri dell’animo, ha generato cultura. E nelle tavole di Jeremia, ricerca quel primo libro della Genesi da cui è nata una civiltà e la cultura dell’occidente. In quelle stesse tavole riporta la stella del re Davide che, conquistando Gerusalemme (il nome della città si legge attorno alla stessa stella) la fece diventare capitale d’Israele e ivi trasferì l’arca della Santa Alleanza. La riporta ancora come è stata trovata sui manici delle brocche che trasportavano tributi o offerte per il tempio, a cinque punte. Le tavole, dunque, come ricerca di un’origine, un inizio di cultura, ricerca del momento in cui il grafema ha generato la parola, per ritornare indietro a raccogliere quella sensazione dell’assoluto significante, che la opulenta proliferazione di codici ha disperso.

Delia, 2000.



LIBERAZIONE


Quando si viene a contatto con quest’opera la prima cosa che si percepisce è il Cristo crocifisso sospeso nel grande spazio vuoto del tempio della cristianità, avvolto in un film di cellophane che lascia trasparire le sue nudità, mentre i palchi e la navata centrale della Chiesa di San Pietro, con sullo sfondo il baldacchino del Bernini, sono gremiti di chierici. Tutto è presente, grandioso, sontuoso nello splendore della liturgia; pare, addirittura, che il bianco e nero della tela emulsionata di Attilio Scimone acquistino colore. Ma ad un tratto gli occhi si abbassano a percepire una figura monocroma che, con l’urlo liberatore di munchiana memoria, scioglie i propri lacci e la carta da pacco dalla quale era avvolta e inizia a liberarsi. D’un tratto quel terroso colore monocromo ricaccia il resto nel grigio, in un modulìo di bianco e nero che annebbia la vista. Tutto diventa indistinto, quasi sfocato. La figura a fuoco in primo piano ha gettato il resto nella visione periferica, nell’informe. Un taglio trasversale di colore scuro dietro questa figura pone il tutto al di là, oltre quel primo piano, oltre il presente. Un taglio che trasforma le coordinate spaziali in dimensioni temporali, una cesura che pone il simbolo in una dimensione che appartiene alla moltitudine, non importa la veste con la quale esso sia presentato, un emblema che viene proiettato sulle membrature architettoniche che reggono la casa della cristianità, diafano, trasparente quasi come il cellophane che lo avvolge, immateriale e impalpabile. Un prima e un poi che rievocano quel muro che Michelangelo pose tra gli ignudi e la Sacra Famiglia del Tondo Doni. Un taglio nitido che blocca il fluire del tempo, di quel tempo che seppure presente appartiene alla storia, un ostacolo che impedisce ad esso di tracimare nella contemporaneità, ove la coscienza dell’essere non accetta condizioni di standardizzazione o di omologazione, ma ricerca una dimensione della propria esistenza senza “ipse dixit”, senza verità preconfezionate. L’urlo come liberazione, come lo sgravarsi di un peso esistenziale che tiene l’uomo soggiogato e lo riduce ad essere un oggetto impacchettato. L’urlo come il rifiuto di essere un dejà vu, come necessità di affrancamento, per il libero arbitrio, come tentativo di allontanare il calice amaro. L’urlo come dimensione dell’esistenza, di quella dimensione dell’esistere che ancora indomita risponde no, ancor prima di conoscere la domanda. Come l’uccello che conosce i movimenti dell’aria e non ha bisogno di compiere grandi sforzi per volare in alto, così il pittore conosce il significato del colore, che seppure utilizzato in maniera opaca, sa denunziare l’acromia della tela. L’artista sa che alla forma impalpabile sospesa deve opporre una massa plastica tangibile, ma mentre la prima si perde tra il tripudio delle forme rinascimentali e barocche,la seconda impera sul vuoto delle masse umane che si fronteggiano. Bastano pochi tocchi di pennello, come sapienti versi di poeta, per aprire l’animo al mondo.

Delia, Gennaio 2000.


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